Le grandi innovazioni avvengono nel momento in cui la gente non ha paura di fare qualcosa di diverso dal solito (Georg Cantor)

Fare ricerca, produrre nuova conoscenze coniugandole con l’attività didattica rappresenta ciò che ci differenzia da ogni altra istituzione.

Le scuole di ogni grado fanno didattica ma non ricerca. Gli istituti di ricerca (IRCCS, CNR…) fanno ricerca ma generalmente non didattica.

Mi sono chiesto, scrivendo queste pagine, perche’ questo abbinamento sia così importante e la risposta che mi sono dato è questa: nelle Università la ricerca avviene con l’apporto delle menti più fresche, giovani e innovative, quelle degli studenti, che rappresentano la nostra maggiore risorsa, anche se a volte non così apparente, non così sfruttata, non così valorizzata.

Ho lavorato per 20 anni in un IRCCS e ben me ne ricordo l’ambiente, nel quale la mancanza principale era data proprio dall’assenza di un flusso regolare di studenti, con la loro energia e capacità di pensiero originale, non convenzionale.

Anche nella Clinica Ematologica che dirigo la presenza di 8 medici specializzandi, oltre a numerosi studenti e dottorandi, rappresenta la componente più vitale e stimolante l’attività di ricerca.

Dobbiamo valorizzare maggiormente i nostri studenti e la ricchezza intellettuale che essi portano.

Molti studenti passeranno per la nostra Università, pochi si fermeranno, ma tutti possono lasciare il loro prezioso contributo alla soluzione originale di problemi, al pensiero non convenzionale tipico delle persone giovani e non facenti già parte di un gruppo di ricerca.

Dobbiamo fare molto di più per i nostri studenti: aumentare i posti letto disponibili (1% e’ troppo poco) e in generale la vivibilità dell’Ateneo; per gli specializzandi dobbiamo risolvere l’ambiguità tra studenti e lavoratori, abolendo o almeno diminuendo le tasse di iscrizione.

Inoltre dobbiamo mettere tutti, studenti, ricercatori e docenti in condizione di lavorare al meglio: ad esempio le attrezzature di molti laboratori sono vetuste, con età medie oltre i 10 anni.

Sarà necessario prevedere un piano corposo di ammodernamento di molte attrezzature, specie di quelle di uso comune.

Il nostro Ateneo ha ottenuto nel passato risultati lusinghieri come valutazione dell’attività di ricerca svolta. Bisogna però fare molta attenzione a che questi risultati non finiscano per essere in realtà una lusinga e cioè un inganno, un autocompiacimento.

Noi generalmente guardiamo quasi solo “al sud”, cioè alle Università Italiane (che appunto sono quasi tutte più a sud della nostra); dobbiamo diventare capaci di guardare anche “al nord”, e cioè confrontarci con realtà non Italiane.

Fare questo richiederà uno sforzo immane, in tre direzioni: Organizzativa, Finanziaria, Strategica.

Organizzativa: dobbiamo rendere Bicocca un luogo dove i ricercatori desiderino venire a lavorare, e non solo dall’Italia o da qualche paese meno sviluppato di noi: dobbiamo fare si che anche Tedeschi, Francesi, Inglesi, Americani… desiderino lavorare in Bicocca.

Questo richiederà di rendere il nostro Ateneo più accogliente, meglio manutenuto, con una burocrazia più snella ed efficiente (vedi anche il punto “Inclusività “).

Ma non solo: sappiamo che i livelli dei nostri stipendi non sono competitivi con gli altri paesi: bisognerà lavorare molto su questo aspetto, utilizzando a fondo tutte le possibilità di sgravi fiscali o di altri benefits per poter attrarre le migliori menti nel nostro Ateneo.

L’aumento dei ricercatori stranieri, che è sicuramente più fattibile in alcuni settori e meno in altri, dovrà essere, globalmente, un fenomeno in regolare aumento nei prossimi 6 anni.

Similmente dovremo rendere Bicocca attrattiva per i giovani migliori, che vogliano dedicarsi alla ricerca: i posti di ricercatore “A” dovranno continuare ad esistere, come anche dovrà esistere una ragionevole prospettiva di carriera per questi ricercatori junior.

In tutto il mondo il passaggio dalla posizione di ricercatore a quella di docente rappresenta un collo di bottiglia, fisiologico se attuato per selezionare i migliori, ma controproducente se così improbabile da assomigliare più ad una lotteria che a un processo di selezione meritocratica, e ancor peggio, se dominato da dinamiche relazionali rispetto a quelle di merito.

Da ultimo l’attività di ricerca e didattica dovrà essere continuamente valutata sia nella sua componente oggettiva e quantitativa, che in quella non quantitativa, con lo scopo di favorire l’utilizzo più efficiente delle nostre risorse.

Nuovi posti devono andare ai settori con le migliori performance scientifiche, didattiche e di attrazione di finanziamenti; dobbiamo togliere a queste decisioni la componente relazionale che troppo pesa e spesso devia le scelte.

Finanziaria: qualsiasi attività diventa tale solo se dispone di risorse adeguate.

Come tutte le Università pubbliche Italiane noi deriviamo gran parte della nostro finanziamento dal Fondo di Funzionamento Ordinario (FFO).

Dei 241 milioni totali in entrata, ben 140 provengono dal FFO, nelle sue diverse componenti.

Questo rappresenta un grosso risultato (una buona parte del FFO deriva dalla valutazione positiva sulla performance dell’Ateneo) ma anche un grande rischio, come tutte quelle situazione dove il funzionamento è dipendente in maniera predominante da un unico canale.

Dovremo riuscire a far crescere altre fonti in modo che il peso relativo (non quello assoluto) del FFO diventi meno preponderante.

Questo significhera’ guardare a finanziamenti per ricerca, accordi con ditte, ma soprattutto un maggiore finanziamento a livello europeo.

La situazione dell’Unione Europea e’ molto incerta a tutt’oggi; molte cose andranno modificate in una UE che è attualmente bloccata dagli stessi stati nazionali che la crearono e che la compongono, e fare previsioni a breve periodo risulta impossibile (per chi voglia saperne di più: https://www.change.org/p/council-of-the-european-union-more-europe-but-of-a-different-kind-2 ).

Tuttavia se vogliamo evitare il pericolo della insignificanza, della marginalità, dobbiamo tendere ad un ambito Europeo, sovranazionale.

Sicuramente esisteranno opportunità di fare ciò nei prossimi anni.

E Bicocca dovrà essere li, attrezzata e pronta a sfruttarle appieno.

Similmente dovremo essere capaci di interagire con chi ci sta più vicino (Comune, Regione) e trovare anche li fonti di finanziamento.

Questa interazione potrà migliorare anche l’attrattività di Bicocca ed il suo ruolo in una Società sostenibile.

Per esempio utilizzerò l’interazione con Comune e Regione per rendere Bicocca dotata di piste ciclabili reali e ben manutenute e di mezzi di trasporto che permettano la mobilità all’interno dell’Ateneo, quella col centro di Milano e (attraverso la ferrovia) con la sede di Medicina a Monza.

Quest’ultimo collegamento sarà importante per mantenere ben presente il legame, simbolico e reale, tra campus principale e campus di Medicina.

Strategica: Come ogni struttura esistono aree, campi o anche soggetti dotati di particolari capacità, preminenza, fama.

Sarà necessario evidenziare tutte le situazione ove Bicocca goda di una posizione competitiva; questo andrà fatto in maniera oggettiva e scevra da influenze dovute a fattori locali, campanilismi o ancor peggio, problemi di natura personali.

Questa informazione servirà da mappa iniziale: dobbiamo sapere dove siamo forti in modo da continuare a incanalare energie in quei settori.

Dobbiamo però anche sapere bene dove non c’è ancora eccellenza e decidere in quali aree sia importante decidere di investire.

Questo deve essere fatto con la massima attenzione e il tempo necessario (6-12 mesi), ma una volta presa una decisione strategica dobbiamo essere in grado di supportarla con le risorse e per il tempo necessari alla loro realizzazione.

Dobbiamo evitare di prendere decisioni strategiche in maniera affrettata e superficiale, e poi, in maniera altrettanto affrettata, abbandonarle o modificarle.

Una linea strategica in cui ad esempio possiamo mostare competitività e ottenere grandi risultati è sicuramente quella dell’alimentazione, del cibo.

Chi come me ha lavorato spesso fuori Italia si rende subito conto della nostra superiorità in materia di varietà e qualità di alimenti e di prodotti della cucina di ogni nostra regione.

Questo campo può essere declinato in moltissimi aspetti: quello alimentare, quello legato alla salute dell’essere umano, ma anche in temi meno appariscenti ed intuitivi, come quello artistico (il cibo nelle arti), turistico, politico (nutrire il pianeta), relazionale (quanti accordi sono stati trovati dinanzi ad un buon cibo).

Pensate alle possibilità di sviluppo sia didattico che di ricerca in questo settore, inclusi corsi di educazione, o meglio, di ri-educazione alimentare, che aiutino a riscoprire la qualità degli ingredienti e anche l’importanza del tempo che va dedicato al loro reperimento (tempo della spesa) e alla loro manipolazione (tempo della cucina).